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EDITORIALE 5
ANTONIO PANTI
L’età della diffidenza
Neppure i più esaltati sognatori dell’età dell’oro rinunciano alle conquiste della scien- za, agli antibiotici o ai cellulari. Altresì che vi sia bisogno di porre un freno al dominio del- la tecnica sull’uomo è idea condivisa da molti, escluso i fautori del libero mercato che finan- ziano studi per dimostrare che il fumo non fa poi così male e che l’effetto serra consente una sana abbronzatura. La scienza però non spiega le emozioni o, meglio, ne dà una spiegazione lontana dal senso comune, e diventa sempre più incomprensibile anche per le persone colte. La scienza non riesce a abbattere i pregiudizi e le interpretazioni magiche del mondo e gli uomini a queste si rifanno di fronte ai misteri della vita. Nonostante le ragioni della scienza, sagge persone di culture diverse restano con- vinte delle loro fedi o credenze anche se per sostenerle usano il computer e colloquiano me- diante whatsApp. Aggiungiamo la sarabanda di notizie che quotidianamente ci sommerge ed ecco che, quasi inconsapevolmente, siamo scivolati in un’epoca di diffidenza, di sospetto, in un gigantesco ossimoro tra le illusioni di una scienza salvifica e le delusioni per le inesorabili rivincite della natura.
Riflettiamo sulla medicina. Sono invenzio- ni recentissime le nanotecnologie che stanno cambiando la farmacologia, le tecniche gene- tiche che consentono una medicina adattata ai singoli, i vaccini contro malattie inesorabili, la terapia dell’HCV, la robotica applicata alla chi- rurgia e alla riabilitazione e via dicendo. Però abbiamo sotto gli occhi il caso Stamina, col suo carico di malessere, di sconfitta per tutti, la polemica sugli OGM, quella sulla PMA, sulle cellule embrionali, le opposizioni pericolosissi- me e insidiose contro i vaccini, gli appelli acri- tici contro le sperimentazioni animali. Viviamo in un paese dove la politica opera in una tale condizione di ignoranza da non sapersi oppor- re, nell’interesse concreto dei cittadini, a questi frutti di pregiudizi, di incultura, di fondamen- talismi eterogenei. E così nascono leggi ambi- gue che, purtroppo, ottengono il solo effetto di lasciare al palo la scienza italiana, già così in difficoltà di finanziamenti e di sostegni.
Possibile che sia così difficile uscire dall’o- scurantismo? Anche la magistratura sembra fi-
glia della bassa cultura scientifica degli italiani. In effetti in ogni paese esplodono opposizioni ai vaccini e agli OGM, insieme a sacrosante lot- te a difesa della natura.
Ma in Italia si leggono sentenze parados- sali a favore di Stamina, della terapia Di Bella, contro i vaccini, contro chi non aveva previsto il terremoto. Non esistono criteri di selezione delle perizie o limiti all’intervento della magi- stratura. Nello stesso tempo si scambia la liber- tà di informazione col propalare notizie prive di controllo, prima regola del buon giornalista. In questi casi non si tratta della questione, filo- sofica o politica, della fede contro la ragione. Certamente hanno un ruolo le diffidenze verso uno Stato troppo invadente, che vuol dettare regole di vita imponendo di vaccinarsi, o quelle verso una scienza che non sconfigge ogni male e spesso abbandona il malato inguaribile (e così prosperano le medicine olistiche), o il timore che la tecnica finisca per sostituirsi al Dio crea- tore costruendo automi intelligenti. Il principio di precauzione ha un suo senso, tuttavia se usa- to con buon senso.
Dal punto di vista dei medici, naturali difen- sori della razionalità e della ricerca del vero per il bene di tutti, non si sfugge tuttavia all’im- pressione che vi sia una sorta di “crisi della me- diazione”. Difficile stabilire se sia nata prima questa crisi e se invece essa derivi dal declino del rapporto tra medico e paziente. Però esiste. E non possiamo negare una responsabilità de- gli uomini di scienza, e tali sono i medici, nel non sapersi spiegare, nel non saper essere con- vincenti usando il linguaggio giusto per ciascun ascoltatore. La scienza ispira speranze e incute timore. Anche i medici sono chiamati all’ope- ra di chiarire che cosa può realmente offrire la scienza, altrimenti la sfiducia renderà sempre più tecnologica e poco utile la relazione con le persone, sane o malate, e con la cittadinanza. Per prima cosa ne debbono essere convinti gli stessi medici. Su questo tema varrebbe la pena di incentrare una buona parte della formazione post-laurea. La crisi dei medici non è astratta, ma sta a pieno titolo all’interno della crisi della medicina.
TM
Toscana Medica 5|2015


































































































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